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Lazio, quando il peso della tradizione rallenta l’innovazione

Se c’è una regione italiana da sempre sottovalutata nel campo del vino, questa è sicuramente il Lazio. A rimetterci sono stati i borghi e le cittadine che nulla hanno da invidiare a molte altre zone italiane che hanno semplicemente saputo vendersi meglio, puntando su brand forti e su una migliore cooperazione interna.

La realtà vitivinicola del Lazio è molto frastagliata: vengono piantate diverse varietà di uve ed il territorio è variegato, con terreni vulcanici, zone collinari e pianure bonificate. Questa grande diversità porta a tipologie di vini molto differenti tra loro.

La regione presenta 3 Docg, 26 Doc e 4 Igt: le uve spaziano da quelle più celebri come Grechetto e Trebbiano, ad altre più caratteristiche come la Malvasia Puntinata, il Bellone, il Bombino, il Cacchione, il Cesanese, il Nero Buono. Il Lazio è la terza regione italiana per numero di Doc, con una produzione totale di vino di circa 1,3 milioni di ettolitri.

La storia della vite nel Lazio risale almeno agli Etruschi, ma furono gli antichi Romani ad occuparsene e a svilupparla, soprattutto nei territori dei Castelli Romani: tuttavia, le coltivazioni puntavano al sostentamento alimentare, con tecniche rudimentali. Bisogna aspettare molti anni prima di trovare dei prodotti di qualità nel Lazio, e questo è rimasto parte della cultura tipica laziale: ancora oggi il vino della regione viene visto considerato di scarsa qualità, da bere soltanto nelle “fraschette” (tipiche osterie) quando si mangia qualcosa della zona. Questo pensiero è così insito nella tradizione italiana, che gli stessi abitanti del Lazio ne sono fermamente convinti: raramente si trova qualcuno che parli bene di un Frascati. La realtà è molto lontana da tutto questo: la zona del Frascati ha da tempo ottenuto 2 Docg (Frascati Superiore e Cannellino di Frascati) e sta vedendo un buon miglioramento nelle vendite estere, dove alcune cantine vengono ritenute ottime. Vi sono svariate aziende del Lazio che vendono quasi tutto all’estero, senza puntare molto all’Italia o al consumo interno regionale, se non quello dei piccoli ristoranti locali.

Un’altra zona del Lazio nota per i suoi vini è la Ciociaria, zona della provincia di Frosinone: anche qui la qualità del vino è storicamente stata bassa, e la nomea ne risente tuttora, nonostante vi siano molti esempi di aziende della zona che raggiungono una produzione di alto livello e qualità. Poggio alla Meta, Damiano Ciolli e Terenzio sono alcuni esempi di aziende virtuose della zona.

Molte aziende laziali hanno scelto di diventare biologiche: questo ha aperto ancora più ponti con l’estero, dove però i prodotti laziali sono generalmente rimasti su un posizionamento basso. La posizione del Frascati invece è riuscita a migliorare, anche perché negli ultimi vent’anni la sua qualità è salita molto, così come la produzione della zona di Cori.

Qual è, dunque, il vero problema della regione Lazio? Nonostante Roma sia il centro della regione e rubi una grande fetta di attenzione, che certamente distoglie l’interesse dall’agricoltura, i veri problemi non sembrano essere questi. Per quanto un prodotto debba essere buono per raggiungere un riconoscimento, quello che conta nel mercato è che qualcuno ci creda davvero e il problema principale è che sono gli stessi abitanti della regione a crederci poco. La maggior parte delle persone preferisce comprare il vino di un’altra regione, spendendo anche di più di quanto spenderebbe per un vino, a volte migliore, della propria. Certo, siamo liberi di comprare i vini di altre regioni e di amare altri territori, ma è sempre bello credere nella nostra tipicità, quando essa lo merita. Il Lazio è una regione di agricoltori, se facciamo eccezione per la capitale, come d’altronde la maggior parte delle regioni italiane: se gli stessi abitanti della regione si concedessero il beneficio del dubbio riguardo i loro stessi vini e provassero ad assaggiare alcuni Frascati, Grechetto o Cesanese, capirebbero che il territorio ha grande potenziale.

Un altro problema è anche la realtà delle singole aziende, che devono puntare ad un brand e ad un marketing più forte: le piccole realtà rurali rendono difficile un insediamento di una forza di marketing, spesso per abitudini e tradizioni che non vogliono essere abbandonate,ma che bloccano una crescita commerciale che loro stesse meriterebbero. C’è da dire, tuttavia, che qui i costi di produzione sono molto alti, e che negli ultimi anni sono cresciute le associazioni regionali e le aziende stanno facendo del loro meglio per migliorare sempre di più la qualità e la loro presenza nel mercato, proponendo anche molti eventi grazie ad unioni e consorzi.

Alcune aziende laziali sono davvero degne di nota (e all’estero se ne sono accorti), come per esempio Sergio Mottura, Damiano Ciolli, Poggio le Volpi, Cincinnato e Castel De Paolis. Si potrebbe dire che se provassimo alcuni vini della regione ad una degustazione alla cieca, non li declineremmo tanto quanto leggendo la provenienza geografica.

L’erba del vicino è sempre più verde anche per quanto riguarda il vino, evidentemente, ma quello che si può criticare è il mancato interesse degli abitanti della regione a scoprire la propria identità vitivinicola. Apprezziamo tutti i vini delle regioni migliori, ma sarebbe bello anche sapere quali sono i vini di casa che preferiamo, dare il merito a chi ha lavorato tanto negli ultimi anni. Un’ottima cosa sarebbe trovare dei vini del Lazio nelle carte vini dei ristoranti romani, dove spesso si preferisce tuttora inserirne pochi: probabilmente ciò è dovuto alla poca richiesta, ma c’è anche una fetta di appassionati del settore, provenienti da altre regioni, che sarebbe disposta ed interessata a provare un buon vino del posto e invece si ritrova davanti un muro regionale, dove la proposta dei vini porta sempre a qualche altra regione, o una ridotta presenza di vini laziali a costo basso che continua ad alimentare l’idea dei vini laziali come vini di bassa qualità.




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